sabato 11 maggio 2013

15. Il Risveglio

Jata dovette trascorrere altri due giorni a letto prima di potersi rimettere in piedi ed essere pronto per fare ritorno a casa. Anche se era riuscito a raggiungere la città Ihimoa superando le trappole che gli Elfi Grigi avevano preparato per i visitatori indesiderati, quelle prove lo avevano debilitato più di quanto avesse potuto immaginare. Dopo un iniziale senso di spossatezza e nausea, Jata aveva dovuto lottare nei successivi giorni con delle fortissime emicranie che gli causavano perdita di equilibrio e problemi alla vista. Quest’ultima inoltre non era per nulla aiutata dalla monotonia cromatica che lo circondava. Vedere ogni cosa colorata di grigio, quando si è un Elfo delle Messi abituato a gioire delle più piccole sfumature che la Natura offre, non era affatto facile per lui.
Si sentiva in trappola, tenuto continuamente sotto stretta osservazione dal re degli Efi Grigi in persona, torchiato con numerose domande alle quali non poteva permettersi nessuna esitazione. Non poteva nemmeno mentire perché sapeva che se l’avesse fatto non solo avrebbe cancellato ogni possibilità di aiutare Rickfold, ma avrebbe messo a repentaglio anche la sua stessa vita.
Quando finalmente restare in piedi non era più un’estenuante agonia, Jata disse che era pronto per tornare a casa. Fu allora, quando aveva iniziato persino a dubitare che la città Ihimoa fosse costituita da un unico abitante, che fece la conoscenza di un secondo Elfo Grigio.
Shael era il braccio destro del sovrano degli Elfi Grigi, probabilmente il suo consigliere o la sua guardia del corpo. Anche lui aveva lunghi capelli bianchi, grandi occhi di ghiaccio, una cicatrice sulla fronte e indossava un’anonima tonaca grigia decorata alle estremità con delle sottili linee nere che si intersecavano a formare strani simboli a lui sconosciuti. Jata non aveva mai incontrato un Elfo Grigio prima di allora e ipotizzò che tutte quelle peculiari caratteristiche fossero tipiche della loro razza. Ma non gli fu mai data la possibilità di confutare la sua ipotesi perché prima di lasciare la propria stanza l’Elfo delle Messi fu costretto a bendarsi gli occhi. Il re, che solo alla fine disse di chiamarsi Thalion Ore, gli aveva rivelato che quella era una precauzione per proteggere la sua gente dagli occhi di un estraneo.
Jata non sapeva dire se era più lui che temeva gli Elfi Grigi o se fossero gli Efi Grigi che temevano di più lui. Questo pensiero lo accompagnò e rincuorò per tutto il tempo che impiegarono a raggiungere le mura della città.
Se rivelerai a qualcuno che sei riuscito a raggiungere Ihimoa, ma soprattutto che sei riuscito ad uscirne io saprò dove trovarti! Lo minacciò il re.
Anche se Jata aveva avvertito quelle scariche di energia nella propria testa ogni giorno, per tre giorni consecutivi, il suo corpo non si era ancora abituato al dolore che tutto ciò gli procurava alle tempie.
Dovette sforzarsi di riordinare le idee prima di rispondere. «Vi ho già dato la mia parola, sire. I tempi in cui eravamo un unico grande popolo sono molto lontani, eppure certe cose non sono cambiate e non cambieranno mai. Quando un Elfo fa un giuramento resta fedele al proprio voto fino alla morte, dovreste saperlo. Cosa ci è successo per renderci tanto diffidenti gli uni nei confronti degli altri?»
Ma a quella domanda non ricevette alcuna risposta. Quando Shael gli tolse la benda dagli occhi il re se ne era andato e con lui era scomparso anche l’ingresso principale della città.
«Ricorda che il tuo amico vivrà o morirà in base al mio giudizio» disse l’Elfo Grigio indicando due destrieri poco distanti da loro. Uno era il cavallo di Jata, che sembrava essere in ottime condizioni di salute, mentre l’altro era un possente destriero cinereo con una folta e morbida criniera di una tonalità di grigio più scura. «Dobbiamo andare.»
«Tu non comunichi col pensiero?» chiese l’Elfo delle Messi poco dopo, mentre montava in sella al proprio cavallo.
«Mi sono abbassato al tuo livello per renderti la comunicazione più facile, ma non dovrai temere: sono di poche parole.»
Ciò che Shael aveva puntualizzato si era tristemente rivelato vero. Durante il tragitto non aveva detto nemmeno una parola, né aveva tentato di comunicare con Jata tramite il pensiero. Per il bene di Rickfold, l’Elfo delle Messe non rispose a quella provocazione e non osò nemmeno parlargli. Qualunque cosa Shael avesse in mente, decise che il miglior comportamento da seguire era assecondare la sua presunzione e arroganza.
Si limitò ad osservarlo in silenzio mentre cavalcava al suo fianco. L’Elfo Grigio aveva indossato per il viaggio un mantello scuro che terminava con un cappuccio che teneva perennemente tirato su per coprirsi il volto. Quando scendeva da cavallo e proseguiva a piedi per far riposare un poco il destriero, si appoggiava sempre a un bastone di frassino che portava con sé, come se fosse stato troppo vecchio per riuscire a camminare senza. Eppure l’Elfo Grigio non sembrava affatto anziano e il suo volto era privo dei tipici segni del tempo. Per Jata poteva avere al massimo duecentotrenta anni1 eppure le sue movenze dicevano il contrario.
Jata ebbe l’ulteriore conferma che erano ancora molte le cose che non conosceva degli Elfi Grigi. Di un fatto però era assolutamente sicuro, perché poteva avvertirlo sulla pelle ogni volta che gli si avvicinava, Shael nascondeva una potenza magica incommensurabile e per questo doveva stare molto attento.
***
All’imbrunire del settimo giorno di viaggio i due Elfi giunsero nei pressi del villaggio Ighàla.
«Siamo arrivati!» si lasciò sfuggire Jata in preda all’entusiasmo, mentre con passo rapido si avvicinava a quei paesaggi a lui tanto familiari.
Shael lo guardò con disdegno. «Entreremo in città di notte, quando nessuno ci potrà vedere.»
«Ma...!»
«Niente ma, la tua opinione non è contemplata. Nessuno dovrà sapere del mio arrivo, così come nessuno dovrà sapere della mia partenza, che avverrà subito dopo che avrò visto il giovane stregone. Per il tuo popolo io non devo esistere!»
«E se qualcuno dovesse vederti?»
«Impossibile, di questo non devi preoccuparti. Se dovessimo incontrare qualcuno per strada, fai finta che io non ci sia e comportati come se stessi viaggiando da solo. Nessuno dovrà sapere che sei riuscito a raggiungere la nostra città e sappi che se solo provi a pensare di riferire a qualcuno quello che hai visto me ne accorgerò subito, leggendo la tua mente, e allora potrei essere io l’ultima cosa che vedrai. Sono stato abbastanza chiaro?»
Jata fece cenno di aver capito. Quel tipo non gli piaceva affatto, non sopportava quel suo fare minaccioso e il suo sguardo indagatore, ma cacciò quasi subito quei pensieri e si concentrò sul destino di Rickfold. Non avrebbe opposto alcuna resistenza. Se c’era qualcuno che poteva salvare la vita del giovane stregone, quello purtroppo era proprio Shael.
Entrarono a Ighàla nel bel mezzo della notte. Tutto era avvolto dall’oscurità e dal silenzio più profondo e le strade deserte erano rischiarate soltanto dal bagliore della Luna che volgeva il suo sguardo magnanimo verso quel mondo incontaminato. Jata si rincuorò nel sentire sulla pelle quei raggi salubri e ricordò con piacere le parole del sommo Ovuìn. Pensò che quella sera, forse, tutto sarebbe finalmente andato bene.
Erano quasi giunti nei pressi dell’alloggio di Rickfold, quando l’Elfo delle Messi intravide lungo il sentiero sterrato una figura minuta che si muoveva verso di lui con un’andatura lenta e malferma.
«Buonasera saggio Ovuìn» si affrettò a dire, mentre porgeva i suoi omaggi con un lieve inchino.
«Benedetto ragazzo, ho avvertito subito la tua presenza. Dove sei stato?»
«Sono stato fuori, è vero, ma mi serviva del tempo per pensare e per trovare altre prove che chiarissero l’orribile situazione che stiamo vivendo.»
Jata recitò bene la sua parte poiché l’anziano Elfo sembrò non accorgersi di nulla.
«Cosa hai trovato?»
«Niente di illuminante. La ricerca della verità è un’impresa assai difficile.»
«Eh si, mio caro ragazzo. Tu sei un giusto. E i giusti sono persone rare! La loro esistenza però ha uno scopo ben preciso: percorrere l’impervio sentiero della verità. Solo a loro è concesso il sapere, ma prima di ciò vi deve essere la sofferenza della ricerca.»
«Finora mi sembra che tutto quello che ho scoperto non porti a nulla!»
«Non lasciarti demoralizzare dagli ostacoli che incontri, ma fatti fortificare da essi, perché sono loro i segni del tuo avvicinamento alla verità e a ciò che cerchi!»
«Grazie per le vostre parole di conforto. Le avete sempre avute per me…»
Ovuìn parve commuoversi a quella frase e agitò il suo bastone fendendo l’aria «Sciocchezze, ragazzo mio, sciocchezze!» disse con voce tremula e, a passi incerti, si diresse nuovamente verso il proprio alloggio.
Una volta che l’anziano Elfo si fu allontanato, Jata cercò di capire come mai Ovuìn non si fosse accorto della presenza di Shael. Si voltò per chiedere spiegazioni all’Elfo Grigio, ma non c’era più nessuno. Evidentemente era riuscito a nascondersi.
Ha dei riflessi davvero sorprendenti per poter scomparire con tanta abilità, non c’è che dire!
«Sei stato bravo, hai mantenuto fede ai patti.»
Quella voce lo fece trasalire poichè proveniva alle sue spalle. Si girò nuovamente e notò Shael dietro di lui, nello stesso punto dove lo aveva visto l’ultima volta, come se non si fosse mai mosso di lì.
«Come hai fatto a nasconderti e a ricomparire così in fretta?»
«Io non mi sono mai nascosto!»
«Ma un attimo fa…!»
«Ho semplicemente manipolato le vostre menti, fuorviandole affinché non mi vedeste. Sono sempre stato dietro di voi, ma non potevate percepire la mia presenza.»
Shael aveva un ghigno di soddisfazione stampato in volto, felice per aver dimostrato ancora una volta la superiorità del suo clan. Jata non aggiunse altro e in cuor suo si ritrovò a sperare che non scoppiasse nessun’altra guerra elfica, soprattutto contro gli Elfi Grigi, che certo erano dotati di grandi poteri.
Arrivati all’alloggio dove giaceva Rickfold i due entrarono nella stanza buia. Jata si apprestò ad accendere un lume, mentre Shael abbassandosi il cappuccio sulle spalle si avvicinò al capezzale del ragazzo, poggiandogli una mano sulla fronte e chiudendo gli occhi. Anche se la luce era fioca e le palpebre dell’Elfo erano serrate, Jata poteva vedere che al di sotto di esse i bulbi oculari si muovevano veloci, come se stessero sondando una quantità infinita di immagini.
Dopo alcuni minuti Shael riaprì di scatto le palpebre, scostò la mano dalla fronte del giovane stregone e guardò Jata con un’espressione indecifrabile.
«Qualcuno ha rubato un oggetto a voi molto caro e questo ragazzo è stato accusato del furto.»
«Ingiustamente accusato» precisò Jata.
«E’ vero, non è stato lui a trafugare il vostro speciale smeraldo e non ha nemmeno la più pallida idea di chi possa essere stato. Ebbene, Elfo delle Messi, hai detto la verità e per questo motivo hai salva la vita. Anche quest’Umano a cui sembri tenere tanto non merita nessuna punizione per aver recitato l’incantesimo difensivo del Vroek in quanto nessuno glielo ha insegnato né l’ha appreso da un qualche testo antico. E’ stato il suo istinto da stregone a guidarlo, eppure in lui c’è qualcosa che non mi convince…»
«Cosa intendi dire?» chiese Jata preoccupato.
Shael parve assentarsi per qualche istante. «Nulla… Per il momento avrà salva la vita.… Sei dunque sicuro di volerlo risvegliare? »
«Certo!»
«D’accordo, ma a una condizione.»
«Quale?»
«Il ragazzo non ricorderà tutto quello che gli è accaduto: non rammenterà l’incantesimo che ha usato per sopravvivere al Vroek, né come si sia risvegliato e nemmeno di aver percepito la mia presenza. Sono queste le condizioni sulle quali non voglio transigere.»
«Mi sta bene.»
«Naturalmente il segreto varrà anche per te.»
«Hai la mia parola.»
A quelle parole Shael tornò a volgere la propria attenzione a Rickfold. Gli posò di nuovo la mano sulla fronte, ma questa volta accadde qualcosa di diverso, che a Jata parve sorprendente. La cicatrice che mostrava al centro della fronte e che aveva visto anche nel re degli Elfi Grigi non era una vecchia ferita di guerra, come aveva erroneamente ipotizzato. Con suo grande stupore la cicatrice si aprì improvvisamente, lasciando scoperto un occhio violaceo che fissava incessantemente gli occhi chiusi del povero Rickfold.
Jata non aveva mai visto niente di simile. Non aveva mai sentito dire che gli Elfi Grigi possedessero un terzo occhio e per quali scopi esso venisse usato, ma tutto ciò era a dir poco sconvolgente. Gli era stato concesso di ammirare una parte dell’antica conoscenza di quel popolo apparentemente così vicino al suo ma irrimediabilmente così lontano per potere e tradizioni.
Tutta la stanza si ritrovò permeata da quella manifestazione di potere, l’atmosfera si fece così rarefatta da rendere faticoso il respiro. Il tempo sembrò essersi fermato e le gocce di umidità presenti nell’aria si fecero all’improvviso visibili e immobili. Per un tempo che sembrò interminabile, Jata credette di non essere più padrone dei propri movimenti e continuò ad osservare quel prodigio con il fiato corto.
Shael, al contrario, era troppo concentrato sul giovane stregone per prestare attenzione a ciò che lo circondava e non diede peso all’immobilità spazio-temporale che aveva creato. Iniziò a bisbigliare una formula magica, ripetutamente, mentre l’occhio violaceo non perdeva mai di vista Rickfold come se gli stesse scandagliando l’anima.
Una luce abbagliante invase la stanza e Jata fu costretto a coprirsi gli occhi. Quando li riaprì l’aria si era fatta nuovamente più respirabile, le goccioline di umidità erano tornate invisibili e l’occhio viola di Shael si era chiuso a formare un’innocua cicatrice sulla fronte.
Il prodigio si era forse compiuto?
«L’Umano è salvo. Ho mantenuto fede ai patti, ma sappi che lo terremo d’occhio» disse Shael, recandosi lentamente verso l’uscio dell’abitazione. «Addio Jata, Elfo delle Messi» sussurrò senza voltarsi.
«Addio Shael.»
Appena l’Elfo Grigio scomparve, Jata si volse a guardare il giaciglio di Rickfold. Il ragazzo si stava risvegliando.
«Jata?! Ma cosa… Cosa mi è successo?»
L’Elfo si precipitò al capezzale dell’amico, stringendogli calorosamente la mano. Sapeva di non potergli dire la verità, anche se avrebbe voluto.
«Ti spiegherò. Per ora posso solo dirti bentornato!»

1
Duecentotrenta anni: equivalgono a circa 35 anni nella scala degli Umani

Nessun commento:

Posta un commento